RIFLESSIONI SUL CASO DI MAURO

Riflessioni spicciole sul caso Di Mauro.
Al momento in cui scrivo, il 75 per cento dei visitatori del sito www.federtennis.it che hanno detto la loro attraverso il sondaggio sull’argomento ritiene che il tennista siciliano sia o un capro espiatorio o vittima di una punizione sproporzionata all’entità dei fatti che ha commesso.
Tre quarti dei colpevolisti dice invece che la punizione è giusta, non tanto perché scommettere è proibito dalle regole ATP quanto perché un tennista professionista gode di informazioni “riservate” che possono dargli un ingiusto vantaggio nel puntare. Il rimanente quarto giudica la sospensione di 9 mesi addirittura “lieve”.
Secondo me c’è un punto-chiave della vicenda che il procedimento disciplinare non ha preso (e non poteva prendere) in considerazione. E cioè che Alessio è un bravo ragazzo. La sua è sempre stata una carriera esemplare. Sembra un giocatore di un’altra epoca: in campo è persino educato, qualità da cui troppi dei suoi colleghi ormai rifuggono. E poi il suo scommettere solo su match di tornei diversi da quello in cui stava giocando lui dimostra che Alessio si era autoimposto una sorta di codice etico. Se la giustizia sportiva, necessariamente più schematica di quella ordinaria, potesse tener conto della personalità degli imputati, Di Mauro se la sarebbe cavata con una pena infinitamente meno severa.
I commenti dei giornali italiani sono stati unanimi: Alessio ha pagato il disperato bisogno, da parte dell’ATP, di far vedere che non se ne sta con le mani in mano di fronte al preoccupante fenomeno dei match truccati per favorire gli scommettitori ben informati. L’unica voce stonata è stata quella di Paolo Bertolucci, ex davisman azzurro, oggi commentatore televisivo per conto di Sky Sport. Bertolucci, che da quando ha perso il posto di capitano di Coppa Davis è diventato uno dei più inaciditi avversari del tennis italiano, ha dichiarato a “Repubblica” che secondo lui Di Mauro andava radiato.
Se il tono dei commenti è generalmente sensato e corretto, però, dai titoli e dall’impaginazione degli articoli spira un’aria sensazionalistica del tutto incongrua rispetto ai contenuti. I titolisti di molti giornali non hanno esitato a definire “scandalo” una vicenda che di tutto ha il sapore tranne che dell’indegnità. E questo è un altro punto-chiave. Perché il fattore scatenante della decisione dell’ATP di colpire il primo che passava è stata proprio la consapevolezza che ai media, così affamati di scandali, bisognava dare qualche osso da rosicchiare in modo da guadagnare il tempo necessario a nascondere più sporcizia “vera” possibile sotto al tappeto.