Ripensare l’Islam attraverso l’economia

L’emergere di un vecchio modo di pensare la finanza, in accordo con la legge del Profeta, rimodella l’homo economicus affiancando il suo operato ai precetti del Corano. Nonostante i dubbi sull’effettiva corrispondenza tra teoria e pratica, la guida dei principi religiosi e una combinazione di volontà politica (e favorevoli condizioni economiche) sembrano aver fatto breccia nel capitalismo occidentale.

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[level-european-affairs]L’esplosione delle economie islamiche sembra solo apparentemente legata al sapiente uso che i governi fanno delle indispensabili risorse minerarie che giacciono nel sottosuolo, senza le quali (questo è quasi certo) nessuno avrebbe sentito la necessità di considerare tanto e tanto approfonditamente gli avvenimenti politici ed economici mediorientali. Un altro fattore, sicuramente più nascosto ma altrettanto importante, ha segnato i passi, da qualche decennio, della cavalcata delle economie degli emiri. Si tratta di un sistema di gestione del denaro in primis e dei flussi di capitali poi che fa combaciare etica ed economia e che, stando ai dati attuali sembra aver dato i suoi frutti. Sebbene, occorre precisarlo, non vi sia dietro nessuna teoria economica ma solo una rigorosa gestione ed interpretazione dell’uso e del significato del denaro e sebbene i tempi siano troppo poco maturi per poter tirare le somme, non si può non riconoscere che l’attenzione prestata a questo modello finanziario da privati ed istituzioni (vedi la BCE) sia importante e meritevole di attenzioni.

Solo apparentemente qualcosa di lontano dall’economia capitalista, si rivela al contrario un diverso e probabilmente più accorto modello di gestione finanziaria. L’attenzione al benessere della comunità propria del Corano e alla percezione comunitaria dei fedeli da cui deriva l’utilizzo consapevole del denaro, sembra essere la guida fondante e l’elemento pregnante della finanza islamica, tanto che i precetti religiosi del Profeta devono esserne continuo richiamo e regola. La sua natura è legata sostanzialmente alla stretta osservanza di poche ma ferme regole: dettami religiosi provenienti direttamente dal Corano o dalla Sunna, disposizioni legali che si sono rese necessarie vanno a colmare le ovvie lacune presenti nel testo sacro e principi giurisprudenziali interpretativi legati alle scuole di pensiero. Unico dubbio, ma non per questo di poco conto, è come possano coesistere tanti diversi livelli di interpretazione in una così sensibile materia.
Chiarire un equivoco di fondo è d’obbligo: si crede che abolire gli interessi sui prestiti di denaro sia la premessa base per chiunque voglia adottare il sistema della finanza islamica. In poche parole, basandosi su principi di carità e cooperazione, spesso si è portati ad identificare questo genere di attività economiche come totalmente mancanti dell’obiettivo della ricerca di utili, perché in accordo con la legge del profeta. In realtà, questo modo di intender la finanza islamica è errato, in quanto non rappresenta la differenza tra attività caritatevoli e commerciali: d’accordo con la Shari’ah l’applicazione del tasso d’interesse è da ritenersi esclusa su operazioni di carattere caritatevole, ma assolutamente il contrario avviene riguardo le transazioni commerciali. Le operazioni finanziarie, proprio in ragione della loro diversa natura, sono libere da questo vincolo: “”The principle is that the person extending money to another person must decide whether he wishes to help the opposite party or he wants to share his profits. If he wants to help the borrower, he must rescind from any claim to any additional amount. His principal will be secured and guaranteed, but no return over and above the principal amount is legitimate. But if he is advancing money to share the profits earned by the other party, he can claim a stipulated proportion of profit actually earned by him, and must share his loss also, if he suffers a loss.” (Mufti Muhammad Taqui Usmani, An introduction to Islamic Finance). L’errore potrebbe essere chiarito in questi termini: la dipendenza dell’economia capitalistica da una mancanza di regole rispetto all’arricchimento giudicato eccessivo e dannoso a volte per la comunità che l’investitore o l’operatore trae, viene ad essere limitato nella finanza islamica da una serie di principi religiosi (la pervasività della religione si dimostra anche in questi particolari, nulla di cui meravigliarsi).

A “ripensare” l’economia hanno dimostrato di essere in tanti. In effetti a giudicare da un primo approccio sembra che questo genere di teoria d’impiego del denaro sia sotto una sorveglianza religiosa speciale, in qualche modo simile a quella che noi definiremmo “responsabilità sociale d’impresa”, con le dovute differenze. Il numero di banche che operano attraverso i principi della Finanza Islamica e che ne hanno introdotto gli strumenti finanziari sono cresciute molto negli ultimi anni, così come è cresciuta l’ importanza dei fondi di investimento sovrani. A differenza dell’economia “capitalistica” nella finanza islamica il denaro non possiede un valore intrinseco: eccetto in determinati casi, esso è legato al bene oggetto della transazione, o al profitto generato attraverso lo scambio di divise con differente valore relativo. Stando alla teoria, ogni transazione è consentita solamente nel caso in cui questa generi o abbia come partenza risorse o beni. A giudicare dalle crisi che si sono susseguite ed alla sempre maggiore dipendenza dalle monete cosiddette elettroniche, oltre che da flussi di denaro che generano profitti pur essendo inesistenti, forse potremmo imparare molto dalla Finanza Islamica.

Francesco Danzi

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